Non è un pesce d’aprile

A soli tre giorni dalle elezioni regionali il centrodestra è già pronto a pagare il conto dei favori elettorali ottenuti dalla Santa Sede. Nel giro di poche ore sono scoccate le frecce dei neo-presidenti Cota e Zaia che, con parole velate, hanno lasciato intendere la loro linea di pensiero riguardo la Ru486. La situazione è la seguente: in Piemonte gli ordini delle pillole abortive eseguiti dalla Bresso rimarranno inutilizzati in un magazzino, mentre nel Veneto, Zaia, non darà l’autorizzazione né all’acquisto né alla somministrazione. Peccato che ai due geniacci leghisti nessuno abbia spiegato che non è competenza delle regioni decidere se un farmaco già approvato possa o non possa andare sul mercato. A dare man forte ai due c’è lo showman del Pdl, la quintessenza dei Tg, Maurizio Gasparri, che come al solito non perde l’occasione di stare zitto e attacca l’Aifa. Infine a entrare nel merito del discorso c’è anche la fascista, ma moderata, Renata Polverini, che smorza i toni e dichiara che l’assunzione della pillola seguirà lo stesso percorso dell’intervento chirurgico: tre giorni in ospedale (anche se l’intervento è day hospital, ma lei non lo sa) e, qualora non facesse abbastanza male sarà dispensata qualche bastonata sul groppone o al limite un intervento a gamba tesa tra le corsie.
Ma il saldo, in fin dei conti, chi lo paga? Di certo non Cota, né tantomeno Zaia. Come al solito lo pagano le donne, tutte. Vittime ignare di una falla culturale, di un patriarcato indelebile che annulla il pensiero e lo rimanda agli uomini. Gli stessi che spesso, anche troppo, intendono il corpo delle donne come unico strumento di diletto, come ricettacolo del proprio seme o come ventre per la futura prole. Gli stessi che, blaterando di “natura” o di “divino”, pretendono di sindacare su ciò che non possono comprendere, perché proprio la natura o il divino hanno scelto di tenerli all’oscuro. Quello che si profila oggi, anche se per certi versi ci fa ridere, non è un pesce d’aprile.